“Il mio coming out”. Le reazioni a questo magico momento, gli antichi greci, Pasquino e la prontezza di riflessi di mio padre.

Il primo post del blog è un fumetto fatto in occasione della giornata mondiale del coming out circa un mesetto fa.

Il coming out, ossia quel placido momento in cui si deve palesare il proprio orientamento sessuale ad amici, parenti, nemici e financo estranei, riserva follie di ogni tipo. Si potrebbe dire che costituisce un’interessante cartina tornasole per comprendere cosa il resto dell’umanità pensi di te e pensi in generale.

 Di coming out ne ho fatti una marea e ne farò a oltranza. Generalmente non è che incontro qualcuno e mi presento palesando il mio orientamento sessuale, ma vi invito a fare un gioco e a non nominare mai per una settimana in nessuna conversazione la vostra attuale relazione o eventuali apprezzamenti verso l’altro sesso. Vedrete che risulterà alquanto frustrante.

 Perciò bene o male, passato un grado di conoscenza neanche troppo profondo io mi dichiaro e amen. Le peggiori reazioni o forse dovrei dire le più comiche le ho comunque avute all’inizio, probabilmente perché non sapevo come introdurre l’argomento o forse perché sono stati i coming out più importanti. Ricordo che con la prima amica a cui lo dissi, me ne uscii con la frase: “Credo di essere diventata possibilista”. E per fortuna era un’amica molto sveglia che se no stavamo ancora qui a discutere cosa volessi intendere.

 Un’altra delle mie migliori amiche dell’epoca, si sentì male. Eravamo andate a fare una passeggiata al bosco e, sicura della sua reazione positiva (era una di supersinistra, Palestina libera e migranti a palla), me ne uscii sfringuellando.

 Lei si tenne la testa, si mise a sedere e per una buona mezz’ora andò avanti a ripetere “Oh mio dio non è possibile”. Le venne un mal di testa tale che (essendo lei la guidatrice e non avendo io la patente) rimanemmo bloccate nel bosco fino a tardo pomeriggio.

 (Per la cronaca qualche anno dopo litigammo furiosamente e non per questo motivo).

Un’altra mia carissima amica scoppiò a piangere davanti alla statua di Pasquino. Camminavamo lì e in una bella giornata di sole glielo dissi. Lei mi abbracciò e iniziò a fontanare lacrime per esprimermi la sua profonda vicinanza: sarebbe stata sempre al mio fianco (commovente, ma al momento inquietante).

Posso ricordare lo sguardo di panico di una delle mie zie sulla scala mobile dell’Unieuro mentre le svelavo che la webcam che stavamo per comprare mi serviva per chattare con una ragazza, e la noncuranza della mia sorella adolescente le cui parole davanti a un mio discorso di un’ora (aveva 12 anni e mi sentivo in dovere di usare del tatto) furono: “Lo sapevo da un pezzo e mi sono anche VANTATA con tutti i miei amici”.

In ogni caso non ho mai vissuto nulla di particolarmente drammatico e tutto quello che ho avuto in cambio, tranquillità e libertà (scusate l’orrido sentimentalismo), sono state una ricompensa più che enorme.

Detto ciò, vi lascio col fumetto che ferma il momento in cui mi dichiarai a mio padre.

Le condizioni visive sono precarie nonostante abbia passato un infruttuoso pomeriggio a tentare di migliorare la situazione. Vabbeh, migliorerò, intanto spero possiate apprezzare la prontezza d’animo di mio padre. Mi scuso per la chiusa drammatica, ma è stata scritta in funzione di quell’idilliaco giorno.

Ps. In nome della distruzione del pregiudizio aggiungo che mio padre viene dal sud e non per questo è chiuso, ipercattolico (nessuno della sua famiglia lo è) o fa battute omofobe di default. Lo dico perché è la prima cosa che sento dire a molti: eh, poveretto, lui non può dirlo ai suoi che sono del sud.. (facessero un giro per le valli bergamasche poi vedi come il concetto di cattolicesimo spinto cambia).img280img282

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